Addio al “giudice giusto” Giuseppe Airò. I funerali del 67enne sono stati celebrati oggi pomeriggio, mercoledì, a Brugherio.

Addio al giudice Giuseppe Airò

Una chiesa di San Bartolomeo gremita di persone (moltissimi i colleghi e i membri delle Forze dell’ordine) ha voluto dare l’estremo saluto terreno al giudice del Tribunale di Monza scomparso lunedì, nella sua casa all’Edilnord. In tanti si sono voluti stringere attorno ai familiari del presidente della Corte d’Assise di Monza e vicario alla presidenza del Tribunale del capoluogo brianzolo. Airò era malato da qualche mese e proprio la malattia lo aveva allontanato dalle aule giudiziarie. Lascia la moglie Elisa e i figli Alessandra e Federico. I funerali sono stati celebrati dal fratello, padre Antonio.

In Tribunale a Monza dai primi anni  Ottanta

Airò era in carica a Monza dai primi anni ’80 e tra i casi giudiziari balzati alle cronache negli ultimi decenni, di cui si era occupato personalmente, ci sono stati anche quelli ai vertici Icmesa e Givaudan per il disastro della diossina di Seveso del 1976. Ma anche il sequestro e l’omicidio di Adelmo Fossati nel 1980. Per arrivare, negli ultimi anni, al maxi processo “Sistema Sesto”.

Toccanti i ricordi durante il funerale

“Creava empatia con gli imputati e solidarizzava col condannato: vedeva la sentenza come assunzione di responsabilità – ha spiegato don Antonio Airò durante l’omelia – Quando doveva emettere verdetti importanti mi chiedeva: ‘Trent’anni o l’ergastolo?’. Io gli dicevo che avrebbe fatto sempre la cosa giusta, perché voleva lasciare sempre una speranza fuori dal carcere. Il viso di mio fratello ora è quello di un uomo che ha trovato la pace e che ha fatto, ogni giorno, il suo lavoro”. “Il vuoto che ci lasci è insopportabile”, ha scritto la moglie in una lettera letta dal pulpito. “Quando lunedì abbiamo saputo della tua scomparsa, in Tribunale è sceso il silenzio – ha aggiunto una collega di Airò – Eri concreto, spontaneo, riempivi le nostre stanze con il tuo piglio sempre positivo. Eri un magistrato di acuta intelligenza che credeva nel fare giustizia, con attenzione, impegno, ma anche con sensibilità e umanità. Provavi dolore a ogni sentenza di condanna, voleva credere nel valore rieducativo della detenzione. Per questo si era speso in prima persona per la scrittura di un protocollo di intesa per portare il lavoro all’interno delle carceri”.

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