Uno dei primi atti dell’Amministrazione Balconi a Cassina de’ Pecchi è stata la rimozione di uno striscione su Giulio Regeni in Comune e in biblioteca. E sono piovute accuse e retroscena.

Striscione su Giulio Regeni rimosso

Risale al 9 aprile 2016 l’adesione della vecchia Amministrazione comunale alla campagna “Verità per Giulio Regeni” indetta da Amnesty international e dalla famiglia Regeni, in base alla quale erano stati esposti in Municipio e biblioteca degli striscioni nei quali si domandava di far luce sulla scomparsa del giovane ricercatore morto in Egitto. Negli ultimi giorni, questi striscioni sono stati rimossi dalla nuova  Amministrazione della Lega. E non sono mancate le polemiche “Protocolleremo, come Partito democratico   già dalla giornata di domani (lunedì 10 giugno 2019), una richiesta di chiarimento immediata al neo sindaco – ha attaccato l’ex segretario Pd Andrea Parma–  Governare non significa possedere”. Una cosa analoga è avvenuta a Ferrara, dove alcuni manifestanti della Lega hanno festeggiato la vittoria ai ballottaggi coprendo lo striscione pro Regeni con una bandiera della Lega.

Il “vessillo sinistro”

Ma da chi è partito l’ordine di eliminare lo striscione? La verità, secondo il Pd, sta in uno scambio di tweet tra Andrea Maggio e Francesco Barlassina, cassinese che siede in Consiglio a Cologno. Nello scambio Barlassina racconta di aver sollecitato la rimozione di quello che considera “un vessillo sinistro da eliminare”. Di sicuro c’è che la questione molto probabilmente finirà in aula domani sera, mercoledì 12 giugno, quando si insedierà la nuova Amministrazione comunale. E c’è da scommettere che sarà un inizio di legislatura scoppiettante.

Le precisazioni del sindaco

Il sindaco Elisa Balconi non ha apprezzato i commenti che si sono scatenati sui social. “Spiegherò le motivazioni che mi hanno spinto a togliere lo striscione nelle sedi ufficiali, non certo rispondendo a chi scrive su Internet – ha precisato – Si tratta comunque di una semplice applicazione della legge, non c’è nulla di ideologico. Fa sorridere che il Pd si stracci le vesti per questo e non per quello che era appeso fuori dalla biblioteca ed è stato tolto due anni fa senza che i democratici neanche si accorgessero. Per quanto riguarda lo scambio di tweet tra Maggio e Barlassina, preciso che è avvenuto su base personale e non c’entra nulla con me o con la mia Amministrazione”.

Il caso Regeni

Giulio Regeni, classe 1988, era un ricercatore triestino con l’amore per il Medio oriente che stava per conseguire un dottorato di ricerca al Griton College della Cambridge University. Si trovava in Egitto per condurre una ricerca sui sindacati indipendenti nati dopo la rivoluzione del 2011, quando, alle 19.41 del 25 gennaio 2016, inviò un messaggio alla sua ragazza, nel quale affermava di stare uscendo, poi, solo silenzio. Non si seppe più nulla fino al 3 febbraio, quando fu ritrovato senza vita in un fosso lungo una strada alla periferia del Cairo. Il cadavere era stato barbaramente mutilato e mostrava segni chiari di tortura, ma la prima causa dichiarata dall’Egitto fu un incidente stradale. Poi giunsero le spiegazioni secondo le quali si trattava di un omicidio personale, di un qualche intrigo ordito dai centri di spionaggio egiziani o della possibilità che il giovane si fosse invischiato in un giro di spaccio di stupefacenti, tutti moventi sono stati dimostrati
totalmente errati dopo poco dalla loro formulazione. Nulla si fece della totale collaborazione inizialmente garantita dalle forze di polizia egiziane. Separate le autopsie, separati gli interrogatori e negate molte risorse che sarebbero potute risultare utili, se non vitali, alle indagini. Il 24 marzo 2016, in una sparatoria, le forze dell’ordine egiziane uccisero i componenti di una banda di malviventi, accusata di rapire cittadini stranieri per estorcere loro denaro. A loro fu imputata la morte del ricercatore, tesi che sarebbe dovuta risultare avvalorata dai documenti di Regeni ritrovati durante il blitz. Tuttavia, i tabulati telefonici poi ritrovati, sconfessarono del tutto questa spiegazione, in quanto questi testimoniavano che la banda fosse ben distante dalla capitale al momento del rapimento. Da parte italiana, è stato quasi da subito sospettato che il governo egiziano avesse avuto un ruolo chiave nell’omicidio, soprattutto in quanto il ragazzo e le sue ricerche erano
state oggetto di indagini nei giorni immediatamente prima la scomparsa. Il governo egiziano ha poi respinto l’accusa, sostenendo che il fatto era stato compiuto dai Fratelli musulmani, un organizzazione islamista internazionale, con lo scopo di danneggiare il rapporto fra Cairo e Roma.
Il caso Regeni resta tuttora aperto, ma il raggiungimento della verità pare ancora molto lontano.

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